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blog di diritto parlamentare e costituzionale comparato
POLITICA
10 giugno 2010
Una nota di Federica Resta che spiega bene il ddl intercettazioni
 

AS 1611- ddl intercettazioni

1) I presupposti (‘individualizzanti’) per l’autorizzazione delle intercettazioni e gli obblighi di custodia

Anzitutto vengono equiparate alle intercettazioni (quanto a presupposti, modalità di autorizzazione, durata) l’acquisizione dei dati di traffico[1] e le videoriprese.

Nel testo sul quale è stata apposta la questione di fiducia, è stata soppressa la norma che - distinguendo tra videoriprese a contenuto captativo di conversazioni e videoriprese, anche a contenuto non captativo, effettuate in luoghi di privata dimora da un lato, e videoriprese a contenuto non captativo o comunque effettuate in luoghi pubblici o aperti al pubblico – applicava il regime autorizzativo delle intercettazioni solo alle prime due categorie di videoriprese. Con la soppressione della norma – che riprendeva una distinzione tra queste forme di videoriprese, già tracciata dalla giurisprudenza costituzionale e di legittimità – si finisce con l’assimilare ogni forma di “intercettazione mediante riprese visive” alle intercettazioni tout court, senza tuttavia chiarire se tali riprese debbano avere contenuto captativo di conversazioni o debbano svolgersi in luoghi di privata dimora. In altri termini, con una parificazione di dubbia ragionevolezza, si assimilano alle intercettazioni, quanto a modalità, limiti e condizioni di autorizzazione, finanche le videoriprese a contenuto NON captativo di conversazioni e quelle effettuate in luoghi pubblici, che ovviamente hanno una ben diversa incidenza sulla privacy rispetto alle altre e, ovviamente, rispetto alle intercettazioni.

Rispetto al testo Camera, si sostituisce il riferimento agli evidenti indizi di colpevolezza quale presupposto per l’autorizzazione delle intercettazioni con quello dei gravi indizi di reato (come già oggi), fermo restando che per i reati distrettuali bastano sufficienti indizi di reato; tra i reati “intercettabili”si aggiunge lo stalking. Tuttavia, il requisito della colpevolezza viene surrettiziamente reintrodotto in forma di presupposti individualizzanti (le utenze diverse da quelle dell’indagato devono cioè appartenere a persone che abbiano un collegamento diretto con le indagini) e di parametro interpretativo alla cui stregua il giudice deve valutare la sussistenza dei gravi indizi di reato.

Si introduce lo stalking tra i reati intercettabili.

Si attribuisce poi al giudice collegiale del tribunale distrettuale la competenza ad autorizzare le intercettazioni e si limita significativamente la durata delle operazioni captative (60 gg. per i reati ordinari con massimo 15 gg. di proroga in casi particolari). Tuttavia, anche ove tale termine sia scaduto, si consente la proroga, per massimo tre giorni ciascuna, delle operazioni captative (intercettazioni, tabulati, videoriprese) anche oltre il limite massimo, qualora esse possano permettere “l’acquisizione di elementi fondamentali per l’accertamento del reato per cui si procede o da esse possano emergere indicazioni rilevanti per impedire la commissione di taluno dei reati” c.d. intercettabili.

Si dispone altresì l’inutilizzabilità delle intercettazioni in altri procedimenti - salvo riguardino reati particolarmente gravi- o, anche nello stesso procedimento, qualora il fatto sia diverso (e non più “diversamente qualificato”) e per esso non ricorrano i presupposti per le intercettazioni. Si ammette dunque, rispetto al testo-Camera, l’utilizzazione dei risultati delle intercettazioni, nello stesso procedimento, anche in presenza di diversa qualificazione del fatto, come nell’ipotesi di derubricazione. I suddetti limiti di durata delle intercettazioni non si applicano tuttavia alle operazioni disposte per agevolare la ricerca del latitante, né ai procedimenti per delitti distrettuali.

Si estende poi a tutte le intercettazioni ambientali, a prescindere dal luogo in cui si svolgano, il requisito della necessaria finalizzazione all’osservazione dell’attività criminosa (oggi previsto solo per le ambientali da svolgersi in luoghi di privata dimora), salvo ovviamente per i reati distrettuali. Tuttavia, le ambientali in luoghi non di privata dimora sono ammesse, anche in assenza del requisito della finalizzazione all’osservazione dell’attività criminosa in corso, qualora “dalle indagini svolte emerge che l’intercettazione potrebbe consentire l’acquisizione di elementi fondamentali per l’accertamento del reato per cui si procede o che dall’intercettazione possono emergere indicazioni rilevanti per impedire la commissione di taluno dei reati indicati nel comma 1 e la stessa debba essere eseguita in luoghi diversi da quelli indicati dall’art. 614 c.p.”. In tali casi eccezionali, le intercettazioni possono essere disposte con decreto, eventualmente reiterabile ove ne persistano i presupposti, per massimo tre giorni.

Si abroga peraltro l’art. 13 d.l. 152/1991 (convertito, con modificazioni, dalla l. 203/1991), che prevede un più ‘agevole’ regime di autorizzazione all’esecuzione di intercettazioni – fondato sui sufficienti indizi di reato e sulla non necessarietà del requisito della finalizzazione all’osservazione dell’attività criminosa per le ambientali- per i delitti di criminalità organizzata e di minacce telefoniche. La nuova disciplina limita invece tale meno rigoroso regime ai soli delitti distrettuali.

Si vieta la trascrizione di parti di conversazioni relative soltanto a fatti o persone estranei; si istituisce presso la Procura un archivio riservato in cui custodire i verbali e i supporti delle intercettazioni; si prevede la sussistenza del segreto in relazione ai verbali, i supporti, le registrazioni di conversazioni o comunicazioni custoditi nell’archivio riservato; si introduce il reato contravvenzionale di omesso controllo in relazione alle operazioni di intercettazione, che riguarda i pm, il Procuratore capo e il Procuratore generale, nonchè il funzionario responsabile del servizio d’intercettazione, appositamente designato, i quali non ottemperino al proprio dovere di controllo necessario a impedire fughe di notizie. Infine, si introducono degli illeciti disciplinari per i magistrati i quali inseriscano nella motivazione di atti processuali riferimenti a terzi, irrilevanti ai fini delle indagini (emendamento Casson).

Si prevede inoltre il divieto di stralcio delle registrazioni e dei verbali prima del deposito in segreteria (art. 268, commi 6-bis e 6-ter, introdotti dall’art.1, comma 12, lett. d) del ddl), che rischia paradossalmente di aumentare le possibilità che il contenuto delle intercettazioni – e in particolare di quelle strettamente personali, che se irrilevanti ai fini delle indagini oggi sono espunte dai brogliacci già dalla polizia giudiziaria – sia divulgato all’esterno[2]..

Il segreto istruttorio è esteso infine anche alle attività - oltre che agli atti - di indagine compiuti dal pubblico ministero e dalla polizia giudiziaria finché l’indagato non possa averne conoscenza, e comunque non oltre il termine delle indagini.

2) Parlamentari ed ecclesiastici

Si estende il regime previsto dalla legge Boato (l. 140/2003) per le intercettazioni dirette e l’acquisizione dei tabulati disposte nei confronti dei parlamentari alle intercettazioni e all’acquisizione dei tabulati disposte nei confronti di soggetti diversi, qualora “da qualsiasi atto di indagine emerge che le operazioni medesime sono comunque finalizzate, anche indirettamente, ad accedere alla sfera delle comunicazioni del parlamentare”. Si tratta quindi delle intercettazioni indirette, sulla cui natura è tornata la Consulta con le sentt.113 e 114 del 2010, distinguendole da quelle casuali.

L’art. 1,c. 25, lett.c), oltre a individuare le autorità ecclesiastiche quali destinatarie delle informazioni sull’avvio dell’azione penale verso ecclesiastici o religiosi del culto cattolico, estende la disciplina speciale oggi prevista per la comunicazione della sola notizia dell’esercizio dell’azione penale (garanzia prevista, essa sì, dall’art. 2, lettera b) del Protocollo addizionale all’Accordo di Villa Madama del 1984, ove si parla di “promozione dell’azione penale”) anche alla comunicazione dell’avvenuta esecuzione di misure cautelari o precautelari nei confronti di ecclesiastici, nonché dell’invio dell’informazione di garanzia nei confronti degli stessi soggetti.

E’ stata soppressa la norma che prevedeva presupposti più restrittivi per le intercettazioni o la captazione di dati di traffico relativi ad utenze nella disponibilità dei Servizi, con le seguenti innovazioni:

- la disciplina speciale introdotta nel 2007 per le sole intercettazioni era estesa alla acquisizione dei dati di traffico e, di conseguenza, il presupposto per la sua applicabilità non sarebbe stato più il carattere ‘di servizio’ della comunicazione (i dati di traffico infatti, in quanto esterni, prescindono dal contenuto) ma la mera ‘riconducibilità’ delle utenze a soggetti appartenenti ai servizi, con il rischio di un’elusione del nesso funzionale tra conversazione e munus publicum che, solo, legittima tale regime derogatorio;

- la richiesta che l’AG formula al Presidente del Consiglio dei ministri in ordine alla sua intenzione di apporre o meno il segreto di Stato sulle comunicazioni captate non avrebbe potuto essere effettuata al termine delle operazioni, ma al più tardi entro 5 gg. dal loro inizio. L’opposizione del segreto di Stato avrebbe inibito all’AG l’utilizzazione dei dati captati, dei quali non può estrarsi o rilasciarsi copia a nessun titolo. Analogo divieto di utilizzazione consegue alla declaratoria di sussistenza del segreto di Stato da parte della Consulta, in sede di conflitto di attribuzioni.

3) Diritto di (e all’) informazione

Rispetto all’art. 114 c.p.p. attuale, si preclude finanche la pubblicazione nel contenuto degli atti di indagine ancorché non più coperti da segreto, fino alla conclusione delle indagini o dell’udienza preliminari. Si consente tuttavia la pubblicazione per riassunto degli atti di indagine non più coperti.

Si vieta la pubblicazione, anche parziale, per riassunto o nel contenuto, dei provvedimenti in materia di misure cautelari, finché l’imputato o il suo difensore ne abbiano avuto conoscenza; anche dopo tale momento, non sono tuttavia pubblicabili le parti dei provvedimenti in materia di misure cautelari relative a intercettazioni, tabulati, videoriprese, fino alla conclusione delle indagini o dell’udienza preliminari.

Si vietano inoltre la pubblicazione e la diffusione dei nomi e delle immagini dei magistrati relativamente ai procedimenti loro affidati, salvo quando la rappresentazione dell’avvenimento non possa scindersi dall’immagine del magistrato.

Parzialmente diverso il regime di pubblicazione della documentazione relativa alle intercettazioni, ai tabulati e alle videoriprese, che non può essere divulgata – ancorché non più coperta da segreto - fino al termine delle indagini o dell’udienza preliminari.

Si sancisce poi il divieto assoluto di pubblicazione, anche parziale o per riassunto, della documentazione, degli atti o dei contenuti relativi a intercettazioni distrutte perché non rilevanti per le indagini o perché eseguite illegittimamente , ovvero espunte perché concernenti esclusivamente fatti o persone estranei alle indagini: art.1, c. 7 (probabilmente ad analoghe conclusioni si sarebbe giunti applicando il principio di essenzialità dell’informazione di cui all’art. 6 del Codice deontologico per i giornalisti).

I suddetti divieti vanno considerati anche alla luce del rilevante inasprimento sanzionatorio previsto dal ddl per i reati in materia di accesso abusivo ad atti del procedimento penale; rivelazione illecita di atti coperti da segreto e pubblicazione arbitraria degli atti del procedimento, nonché dalla previsione della sospensione obbligatoria del giornalista dalla professione in ragione della sua iscrizione nel registro degli indagati per violazione del divieto di pubblicazione, qualora l’organo titolare del potere disciplinare ravvisi elementi di responsabilità e ritenga il fatto grave.

In materia di responsabilità da reato degli enti, ai sensi del d.lgs. 231/2001, vengono ricompresi in questa disciplina (applicabile dunque anche agli editori) i reati di pubblicazione arbitraria degli atti del procedimento; induzione a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria; nonché di violazione dei divieti di pubblicazione delle intercettazioni distrutte o non acquisite al procedimento (perché illegalmente acquisite o relative a terzi estranei alle indagini).

Inoltre, in materia di rettifica delle informazioni ritenute non veritiere o lesive della reputazione dei soggetti interessati, si prevede, in particolare, la possibilità di avvalersi di tale strumento anche in relazione alle testate telematiche e, in linea generale, si disciplina più compiutamente la procedura di rettifica anche per la stampa non periodica, disponendosi altresì che la rettifica non rechi nessun commento ulteriore (tale norma integra implicitamente anche il contenuto dell’art. 4 del Codice deontologico dei giornalisti per il trattamento dei dati personali, che nel sancire il dovere di rettifica del giornalista, richiama, con rinvio, i “casi e i modi stabiliti dalla legge”).

In merito alla trasmissione audiovisiva dei dibattimenti, l’art. 1, c.25, nel novellare la disciplina di cui all’art. 147 disp. att. c.p.p., inerente le riprese fotografiche dei dibattimenti e le relative trasmissioni, ne prevede l’ammissibilità, anche in assenza dell’accordo unanime delle parti, su autorizzazione del Presidente della Corte di appello, qualora sussista un interesse sociale particolarmente rilevante alla conoscenza del dibattimento (c.d. emendamento Radio-Radicale).

4) La norma D’Addario

Si è introdotta all’art. 616-bis c.p. una norma volta a sanzionare, con la reclusione da 6 mesi a 4 anni, l’utilizzo (in assenza del consenso dell’interessato) di registrazioni (effettuate fraudolentemente) di conversazioni alle quali l’autore abbia partecipato o sia stato presente, escludendosi la punibilità solo quando tali documenti siano utilizzati in un procedimento amministrativo o giudiziale, nell’ambito di attività di difesa della sicurezza dello Stato, ovvero da giornalisti iscritti all’ordine (dunque non più solo giornalisti professionisti come originariamente previsto, ma anche pubblicisti, purché iscritti all’ordine).

5) I poteri del Garante per la protezione dei dati personali

Il Garante, nell’esercizio dei poteri prescrittivi e interdittivi di cui agli artt. 143, comma 1, lett. b) e c) e 154, comma 1, lett.c) e d), può anche prescrivere, quale misura necessaria a tutela dell’interessato, la pubblicazione in una o più testate della decisione che accerta la violazione ovvero di una dichiarazione riassuntiva della medesima violazione (art. 139 del Codice, come modificato dall’art.1, c. 33, ddl). Si prevede che in tali casi il Consiglio nazionale e il competente consiglio dell’Ordine dei giornalisti nonché le associazioni rappresentative di editori possono far pervenire al Garante documenti e la richiesta di essere sentiti.

Si prevede inoltre che il Garante possa vietare il trattamento o disporne il blocco in caso di violazione non solo delle prescrizioni contenute nel codice di deontologia ma anche delle norme applicabili al trattamento per finalità giornalistiche e delle disposizioni generali sulle modalità del trattamento di cui all’art. 11 del codice in materia per la protezione dei dati personali (art. 139 del medesimo codice, come modificato dall’art.1, c. 33, ddl).

6) gli obblighi di astensione del giudice e di sostituzione del Pm

Si sancisce l’astensione obbligatoria del giudice e la sostituzione del pm i quali abbiano “pubblicamente rilasciato dichiarazioni concernenti il procedimento affidatogli” (vds. Il caso della dr.ssa Gandus) e del pm che sia stato meramente iscritto nel registro degli indagati per il reato di cui all’art. 379-bis c.p., in relazione ad atti del procedimento assegnatogli. In tale ultimo caso, si prevede che sia sentito il capo dell’ufficio giudiziario competente secondo le tabelle di cui all’art. 11 c.p.p., per “valutare l’effettiva sussistenza di ragioni oggettive per provvedere alla sostituzione”.

7) La disciplina transitoria

Si vieta la prosecuzione delle intercettazioni già disposte nell’ambito di un procedimento iniziato prima dell’entrata in vigore della legge, per un periodo superiore a quello previsto dal ddl.

Si consente peraltro l’applicazione, anche ai procedimenti in corso, delle norme relative al regime di pubblicazione degli atti e delle intercettazioni, al divieto di trascrizione delle parti di intercettazioni irrilevanti, alla richiesta al giudice, da parte del pm, della pubblicazione di singoli atti, all’obbligo del segreto (penalmente sanzionato) per le intercettazioni, alla pubblicità del dibattimento, alle comunicazioni da inviare alle autorità ecclesiastiche nel caso di indagini a carico di esponenti del clero.

Inoltre, si differisce ai 12 mesi successivi alla data di entrata in vigore della legge l’efficacia delle disposizioni che attribuiscono al tribunale distrettuale, in composizione collegiale, la competenza in ordine all’autorizzazione delle operazioni; mentre si rinvia ai tre mesi successivi alla pubblicazione di un apposito decreto ministeriale l’efficacia delle disposizioni che limitano ai soli centri d’intercettazione istituiti presso ciascuna Corte d’appello la possibilità di eseguire tali operazione e che limitano ai soli punti di ascolto istituiti presso le procure la possibilità di ascoltare il contenuto delle conversazioni captate.



[1] Non è poi chiaro se la nuova disciplina comporti un’abrogazione implicita del secondo periodo del comma 3 dell’art. 132 del d.lgs. 196/03, secondo cui il difensore dell’imputato o dell’indagato può richiedere direttamente al fornitore i dati relativi alle utenze intestate al proprio assistito, dal momento che l’assimilazione dei tabulati alle intercettazioni – prevista dal disegno di legge – sembrerebbe richiedere comunque un’autorizzazione giudiziale, spostando il fulcro del bilanciamento tra privacy (anche dell’interlocutore dell’indagato) e diritto alla difesa in favore della prima (lo sottolinea il CSM nel parere sul ddl). Tuttavia, un’interpretazione costituzionalmente orientata della norma, che valorizzi il diritto alla difesa, indurrebbe a ritenere che anche nel vigore della nuova disciplina, possa applicarsi il secondo periodo del comma 3 dell’art. 132 del Codice

[2] La valutazione in ordine all’irrilevanza delle intercettazioni rispetto alle indagini si effettuerebbe non più, come avviene oggi, preventivamente dalla polizia giudiziaria già prima di stendere i brogliacci – ferma la possibilità per le parti di chiedere la trascrizione – ma solo in seguito al deposito e al successivo stralcio delle trascrizioni (art.1, comma 11, lett.d), cpv. 6-bis e 6-ter dell’art. 268 c.p.p.. Se questa posticipazione dello stralcio delle intercettazioni irrilevanti favorisce il contraddittorio e quindi l’esercizio del diritto alla difesa, rischia tuttavia di attenuare la tutela della privacy dei terzi coinvolti nelle intercettazioni, estranei alle indagini, in quanto amplia il novero dei soggetti che hanno cognizione del contenuto di tali conversazioni (si pensi ai maxiprocessi con molti imputati).


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permalink | inviato da stef1 il 10/6/2010 alle 20:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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