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blog di diritto parlamentare e costituzionale comparato
10 ottobre 2017
Lezione n. 8

10 ottobre

La lezione odierna verte su una spiegazione del volume A. Barbera “I Parlamenti” in cui sono stati illustrati alcuni concetti chiave presenti nei capitoli del libro.

Le Camere funzionano diversamente a seconda del sistema partitico presente in uno Stato. Un paese con sistema partitico molto semplice (p.es. bipartitico) avrà un modello di funzionamento del Parlamento altrettanto semplice. Un esempio è il caso britannico, nel quale è presente, in contrapposizione alla maggioranza, necessariamente solo una opposizione ufficiale (il cd. Governo ombra) ben identificabile e differente rispetto a quelle che invece, al plurale, sono appunto minoranze. Tra l’altro, anche guardando alla composizione fisica della Camera dei Comuni (due blocchi contrapposti, a differenza dai semicerchi di molte camere continentali e non solo) riscontriamo queste variazioni concettuali.

Un altro elemento degno di nota è quello della separazione delle istituzioni (o indipendenza) per quanto riguarda il presidenzialismo statunitense, dove, per l’appunto, Congresso, Senato e Presidente devono generalmente “allinearsi”, raggiungendo un compromesso. Questo perché, in pratica, queste tre istituzioni vivono di vita propria. Invece, per le forme classiche di governo parlamentare, ci si basa su un principio maggioritario, di continuum tra maggioranza e Governo

Capitolo 1. Un problema rilevante che emerge dal primo capitolo del testo è il concetto di Mandato imperativo. Nella nostra costituzione, all’ articolo 67, è presente il divieto di mandato imperativo, principio tipico di tutte le costituzioni liberali. La ratio è dare margini di autonomia ai parlamentari dai propri elettori, in modo da poter svolgere l’attività parlamentare cercando compromessi. Se fosse imperativo, il mandato sarebbe vincolato e le camere non potrebbero lavorare con l’autonomia necessaria. Il problema che sorge dal vincolo di mandato riguarda il rapporto elettori-eletti: se i parlamentari si allontanano dalle idee originarie, gli elettori possono asentirsi non rappresentati. L’unica eccezione al divieto di mandato imperativo si può trovare oggi nel Bundesrat tedesco: vi è vincolo di mandato che proviene dalle decisioni delle giunte regionali. In tutte le altre democrazie liberali non vi è mandato imperativo.

In alcune costituzione moderne possiamo trovare elementi di collisione con tale logica, come ad esempio nella costituzione italiana all’ Art. 49, in cui si afferma che i cittadini possono associarsi in partiti (che hanno la loro proiezione nei gruppi parlamentari) per definire la politica nazionale. Estremizzando la questione, si potrebbe affermare che i due articoli sostengono cose opposte. Quale deve essere la logica prevalente? Nelle democrazie parlamentari odierne segnate dal suffragio universale dovrebbe prevalere, con alcuni limiti, la seconda logica. I nostri parlamenti tendono a funzionare per gruppi, i regolamenti parlamentari sono gruppo-centrici. Viò non significa che sia azzerata la tutela che si ha applicando l’articolo 67: il parlamentare non può essere revocato dalla Camera di appartenenza; non decade dall’assemblea salvo dimissioni.

Possiamo concludere ricordando che ci possono essere casi in cui la disciplina di partito non è vincolante, ma essa nelle democrazie parlamentari è comunque la regola.

Capitolo 2. In questo capitolo troviamo un excursus della storia parlamentare, prendendo a modello il Parlamento inglese. Questo ancora oggi presenta un’anomalia, ovvero è l’unico parlamento in cui le due camere sono ancora distinte per censo. Per vocazione, la camera “alta” ha uno stampo conservatore censitario volto a regolare la camera “bassa” eletta dal popolo. La ragione contro l’immaginazione. Oggi la seconda camera rappresenta, di solito, gli enti territoriali. Il punto di svolta nel sistema inglese si ha nel 1832 con la riforma elettorale, in cui parlamento diventa molto più rappresentativo. È il parlamento da allora ad esprimere il governo e non più il Re. Si viene a creare un continuum tra maggioranza parlamentare e governo che caratterizza le odierne democrazie. La vera separazione dei poteri in una democrazia parlamentare sta nel rapporto tra maggioranza-Governo da un lato, opposizione e minoranze dall’altra. Sulla possibilità di promuovere una mozione di sfiducia per i ministri, uno strumento relativamente moderno, ciò deriva dall’evoluzione dell’impeachment, della responsabilità penale dei ministri, dove però era necessaria la contestazione di un reato al ministro in questione, non necessariamente vero

Capitolo 3. Il capitolo ha come tema l’evoluzione del bicameralismo. In origine, le camere che contavano di più erano quelle aristocratiche per via del peso sociale dei loro rappresentanti. Man mano che il suffragio universale si allarga, la prima Camera diventa quella che pesa di più. Eccetto che in Italia, il rapporto fiduciario è esclusivo della prima Camera.

Le tipologie di relazioni fra le camere sono le seguenti:

1) Fiducia o sfiducia al governo: sono sempre riservate alla camera bassa (con eccezione dell’Italia);

2) Il potere di iniziativa legislativa spetta a entrambi i rami del Parlamento;

3) Le leggi necessitano dell’approvazione di entrambe le camere ma quasi sempre prevale quella col rapporto fiduciario (camera bassa – camera politica);

4) Le leggi di revisione costituzionale sono quasi sempre deliberate con il metodo paritario;

5) Le camere lavorano separatamente senza particolari forme di coordinamento, anche se talvolta è prevista la loro riunione congiunta.

6) La camera bassa può porre in stato d’accusa ministri e capi di stato. La camera alta – meno coinvolta nell’indirizzo politico – può giudicare e condannare.

Capitolo 4. Il primo tema rilevante è quello dei casi di incompatibilità/inelegibilità, presenti nella nostra costituzione all’Art.65. Non è molto semplice fare una distinzione pratica a riguardo. È ineleggibile colui che può falsare il fatto che il consenso sia genuino. Il candidato ineleggibile può candidarsi in una lista elettorale ma non potrà sedere nell’Assemblea. L’incompatibilità serve a preservare la separazione dei poteri. La differenza consiste nel fatto che un candidato ineleggibile non deve essere proclamato, se il candidato è incompatibile deve scegliere. È stata introdotta nell’ordinamento italiano la figura dell’incandidabilità, non prevista formalmente dalla Costituzione: consiste in una sorta di “ineleggibilità rafforzata”, si blocca il candidato depennandolo dalla lista.

Verifica dei poteri: in Italia non si proclama eletto nessuno sulla base dei dati del ministero dell’interno; ci sono delle commissioni elettorali fatte da magistrati. Vi è la corte di cassazione, che determina una proclamazione provvisoria. Infine vi sono le camere, che effettuano una proclamazione definitiva (art. 66). Nelle altre democrazie questo potere è passato in tutto (Francia) o in parte (Germania) sulle Corti costituzionali

I parlamentari, sulla base dei loro compiti, hanno una serie di prerogative che i cittadini comuni non hanno. L’Art. 68 della Costituzione italiana disciplina le immunità parlamentari. In origine, qualsiasi indagine sui parlamentari si bloccava se il magistrato non chiedeva l’autorizzazione alle Camere. La ratio era evitare persecuzioni parlamentari, mantenere l’equilibrio col potere giudiziario e difendeva soprattutto chi stava all’opposizione. Dal 1993, dopo vari abusi, questa garanzia non c’è più. È rimasta l’immunità solo per le opinioni espresse dal parlamentare nell’esercizio delle proprie funzioni su cui però vi possono essere conflitti di attribuzione davanti alla Corte. Solo per gli arresti preventivi (non per quelli definitivi) è necessario il voto dell’aula. All’estero e nel Parlamento Europeo le garanzie per i parlamentari sono più ampie, simili a quelle italiane pre ’93.




permalink | inviato da stef1 il 10/10/2017 alle 21:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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